Innovare la politica sarda non è facile. E stavolta si è messa di mezzo anche la misoginia. Un mio articolo su “L’Unione Sarda” di Venerdì 21 febbraio 2014.

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Le elezioni regionali hanno segnato per la seconda volta in cinque anni la sconfitta di due tentativi di innovare la politica sarda, fra di loro diversi, ma con molte similitudini, incarnati in due personalità diverse ma, soprattutto, di genere diverso.

Non è un caso che Murgia e Soru si siano beccati in questa campagna elettorale, come è tipico di tanti innovatori fra di loro. Stimandoli entrambi, mi è pure dispiaciuto.

In entrambi i casi hanno giocato un ruolo non secondario gli stereotipi impolitici riversati addosso ai due innovatori. Nel caso di Soru, il “carattere”, e per Murgia, una presunta “incompetenza”. Nel caso di Soru, la mostrificazione è partita dalla destra ma è stata accolta con entusiasmo in molta sinistra. Nel caso di Murgia, ha generato un’orgia misogina le cui principali protagoniste, sui social network, sono state le donne della sinistra tradizionale.

L’ambiente era già rodato dagli attacchi contro Francesca Barracciu, la vincitrice delle primarie. La candidatura di Barracciu presentava molte criticità, politiche, ma è stata avversata utilizzando grevi ironie maschiliste. Le donne in questo caso hanno partecipato, ma in misura ridotta rispetto ai maschi. Il gioco è esploso con Michela Murgia candidata. Attaccata per essere cattolica, dipinta come una ferrea antiabortista per aver scritto un post, nel 2007, in cui affermava di essere contraria all’aborto per se stessa (ma di essere a favore della libertà di scelta per ogni donna), a un certo punto è diventata sui social network una specie di oggetto stabile dell’odio di troppe donne di sinistra.

Quel “certo punto” è stato lo scontro televisivo con Santanché. Un evento che permette di capire il fenomeno, grazie anche alla sua forza drammaturgica. Santanché rappresenta l’apice della possibilità di leadership femminile all’ombra del maschio, mentre Murgia rappresenta una leadership femminile indipendente. Il tifo per Santanché da parte di tante donne della sinistra rappresenta l’idea che hanno del proprio ruolo politico. E’ un’idea ancillare. Esultare per il fatto che Santanché avesse “vinto” Murgia ha illuminato come un lampo le ragioni del perché tante politiche preferiscano le quote rosa all’assunzione diretta della leadership. Perché non si sentono in grado di essere libere, ne hanno paura e detestano pure chi ci prova.

Le elezioni si sono concluse. La destra ha perso, la sinistra conservatrice ha vinto e probabilmente affiderà la Giunta alle cordate baronali e il Consiglio a quelle clientelari, anche in versione mista. Entrambe hanno perduto decine di migliaia di voti. L’area della rappresentanza si è ridotta al 52% del corpo elettorale. Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato vittoria, ha scritto Aldo Borghesi. Sardegna Possibile, al cui interno anch’io ero candidato, non è riuscita a riportare su un terreno politico gli adepti del franchising grillino ed è fuori dalle istituzioni, anche grazie a una legge elettorale furba e poco democratica.

Pensavamo che il problema fosse la dipendenza o l’indipendenza, e invece ci siamo trovati di fronte a un gigantesco problema di genere. E con solo quattro donne in Consiglio.

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